Benvenuto a Richmond, greasy wop

22 08 2009

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Il mio primo approccio a Richmond non è stato dei migliori. Mentirei se dicessi il contrario.

Arrivo con il treno da Washington DC, 46 chili di roba distribuiti in tre bagagli, sudato, stanco, e con la mia bella mentalità europea.

Grave errore: sei negli Stati Uniti, non pensare da europeo.

E invece io vado avanti convinto: -”Ci saranno decine di taxi ad aspettarmi in stazione. Esco ed in dieci minuti sono in albergo”-.

Sciocco ed illuso.

Arrivo a Richmond e piove. C’è anche un vento piuttosto forte, e vola polvere ovunque.

Il treno ci ha messo qualcosa come 20 minuti ad arrestarsi in stazione, percorrendo gli ultimi cinque chilometri alla velocità circa di 10 chilometri all’ora. Studio Legge, quindi i miei calcoli sono approssimativi, non rompete.

Il controllore, un tipo sulla quarantina, sudatissimo, e con la zip aperta, se ne sta appoggiato alla porta con l’aria di chi è stato tradito dalla moglie di recente.

La stazione di Richmond è molto bella, retrò, pulitissima. E deserta. Cazzo, datemi almeno un barbone. Dagli autoparlanti suona a volume piuttosto alto una qualche canzone di Britney Spears: sì lo so, avrei dovuto fermarmi e tornare indietro.

Se fossi arrivato a Belgrado, non mi sarei costruito castelli in aria, e sarei uscito armato fino ai denti, gridando: -”Arkan era finocchio!”-.

Ma sono a Richmond, e non posso gridare lo stesso su Michael Jackson, dato che lo era sul serio.

I taxi non ci sono però. Nemmeno un abusivo, un cinese con un carretto, niente.

Gli altri passeggeri si avviano a piedi, o recuperano la macchina al parcheggio di fronte.

Resto solo. Piove. Vento forte, e vola polvere. Sono stanco, sudato, e ho 46 chili distribuiti in tre bagagli. Britney Spears si sente anche da qui.

Benvenuto a Richmond, greasy wop.

Ora, ci sono sempre due strade nella Vita. Una è giusta, l’altra è sbagliata.

Indovinare quella giusta, talvolta, è questione di fortuna. Alcune volte, di intelligenza. Spesso, di semplice buon senso e di ragionamento (molto) elementare. Traduzione: alla portata di un bimbo ritardato di 6 anni, di uno scimpanzé, o di qualche razza di cane.

Da un lato, una strada in discesa che porta verso la downtown, con i suoi grattacieli e, sono sicuro, le luci di qualche Starbucks Coffee. Dall’altro lato, una strada in salita, ripida, che porta verso un quartiere di case malmesse, strade dissestate e, sono sicuro, lo scintillio di coltelli nell’ombra.

Ho salutato il bimbo ritardato di sei anni, lo scimpanzé, e il cane che si avviavano verso la downtown, e mi sono incamminato lungo la salita.

Velocizziamo il racconto, prima che la suspense vi tolga l’appetito.

Dopo una quindicina di minuti, una coppia è apparsa di fronte a me. Ho bloccato loro, ogni via di fuga. Erano la mia speranza, la avrei uccisi piuttosto di lasciarli andare. E credo gli abitanti del quartiere mi avrebbero aiutato a nascondere il cadavere.

Scherzo.

Molto gentili entrambi, hanno chiamato un taxi per me. A dire la verità, non è stata un’impresa semplice. A Richmond, ottenere un taxi in un quartiere malfamato è quasi impossibile. Dopo otto, dico otto chiamate, finalmente riescono a trovare un taxi libero.

Passano altri quindici minuti, il taxi arriva.

Oh no, dove sono finiti i simpatici tassisti afro-americani di Washington DC? Il tassista è arabo, musulmano, e non parla inglese. Io nemmeno.

Ora, io non sono razzista. Ma non ho grande simpatia per i musulmani. A cui vanno aggiunti i meridionali, i fascisti, i comunisti, i berlusconiani. Io non sono razzista, e in ogni caso il restante 15% delle persone sul Pianeta Terra mi va davvero a genio.

Mr. Allah Akbar è stressato ed isterico

Questo lo capisco: è una Vita che passa le sue giornate a mettersi cinque volte al giorno con il sedere per aria, a bere bibite zuccherate anziché birra, a sgozzare agnelli lasciandoli dissanguare fino all’ultima goccia.

E’ maleducato ed aggressivo.

Questo non lo accetto.

Gli dico “Holiday Inn”, e crede che sia in vacanza. Si incazza perché ha capito che sono in vacanza, anziché di dovermi portare all’Holiday Inn.

Pirla.

Gli ripeto “Holiday Inn Downtown”, e inizia a girare per la downtown senza meta, incazzandosi perché sta girando senza meta.

Pirla due volte.

Alla fine arriviamo all’Holiday Inn, mi sbatte il bagaglio a mano sul piede, io gli sbatto il bagaglio da stiva sul piede (centrando anche il mio), ma prima che uno scontro di civiltà abbia inizio mi avvio verso l’entrata dell’albergo.

Tutto va alla grande adesso.

Sono in un campus fiabesco, in un appartamento molto cool, con una bandiera statunitense ed una irachena.

Ma questa è un’altra storia.





Correndo con Lincoln – Washington DC

16 08 2009

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Innanzitutto: non tutti gli americani sono così.

Lets do the Healthy Way
Let’s do the Healthy Way


Tuttavia, molti sì.

A voler essere precisi, sono rimasto affascinato dalla quantità di persone, di ogni età, che ho visto correre, fare jogging, allenarsi a Washington DC, lungo il National Mall.

Certo, Washington DC mi è parso un vero e proprio runners’ paradise, ma era un Eden davvero affollato.

Running
Running
Run

Running

L’America non conosce mezze misure. Da un lato, patinati amatori sportivi in forma smagliante, dall’altro, pachidermiche figure straziate dal grasso.

Oh, un appunto: in netta maggioranza, i personaggi appartenenti alla prima categoria sono bianchi. Gli altri, neri.

La Società paritaria statunitense trova la sua massima espressione nei Burger King, KFC, e altra merda.

C’è ancora molto da fare.

Atterrato a Washington DC ho il mio primo incontro con lo strato della Società americana con il quale ho avuto il contatto più intimo: i tassisti.

Il lavoro del tassista mi ha sempre affascinato. I veri padroni della città sono loro, nel senso che la conoscono a menadito, e ne sanno della fauna umana che la popola come nessun’altro.

Ore ed ore della propria Vita passate a sfrecciare da un angolo all’altro, accompagnando di volta in volta eroi, dannati, o persone insignificanti, con il loro carico storie, fiabe, tragedie, o semplicemente mediocrità.

Il tassista è l primo contatto umano che si ha dopo aver viaggiato così tsnte ore, e la prima chiave in mano per disvelare i segreti del luogo.

Io con i tassisti americani, specie quelli di colore, ho un rapporto particolare.: parlo di calcio.

Ora, lo sapete, io non so nulla di calcio. Ho smesso di segurilo nauseato tanto tempo fa.

Secondo, nemmeno gli americani sanno alcunché di calcio. Non l’hanno mai seguito.

Il nostro è un dialogo tra persone ignorantissime sull’argomento, una conversazione tra sordi. Ma è molto cordiale, amichevole, è raro che non mi prendano in simpatia, e mi tengano più a lungo nel taxi, una volta fermati, per finire la discussione. E, ogni volta, salta fuori qualche consiglio preziosissimo sulla città e sulle creature che la abitano: gli americani.

Oh, a uno non ho avuto il coraggio di dire che Roberto Baggio ha smesso di giocare. Se vi capitasse di incontrarlo, confermategli che gioca nel Bologna.

Washington DC mi piace. E’ una città dall’aria completamente europea, e se non fosse per il numero di homeless per strada superiore al normale potrei pensare di essere in una qualche città dell’Europa.

Attenzione, ho detto città, non metropoli.

Infatti, la Capitale della Nazione più potente del Mondo, Cina permettendo, ha l’aria di una città di provincia. Non c’è uno Skyline, in quanto è stato stabilito che nessun edificio possa superare in altezza il Washington memorial, quel pene in erezione perenne, rivolto verso il cielo.

Gli Stati Uniti ce l'hanno duro. Altro che la Lega Nord.

Poi però fai qualche passo nel Monument Mall, e all’istante sei travolto dall’importanza del luogo dove ti trovi. Il Monument Mall è una spianata lunga diversi chilometri, in cui seguono in successione memoriali come simboli e celebrazione della storia della Democrazia americana, e dei suoi Padri fondatori.

Lo scenario lascia senza fiato, ma una volta completata la visita si percepisce un senso di irritazione per l’eccessiva monumentalità del lugo.

In sintesi, come vedersi l’Altare della Patria a Roma replicato per sei volte.

La retorica è un’altro aspetto che può sconcertare noi pragmatici europei (a parte i francesi che si fanno le pippe davanti alla loro bandiera). Ovunque ci sono inni e lodi alla Libertà. Freedom, Freedom, Freedom. Ridotta a marchio, a logo, a brand.

Gli americani inneggiano alla Libertà, come i Paesi comunisti inneggiavano al marxismo. Oh, certo, gli americani indossano jeans, bevono coca cola, e possono dire tutte le meraviglie e cazzate che voglino.

Io scelgo Lincoln, Lenin stays out.

Mr. Abraham Lincoln

Mr. Abraham Lincoln

In sintesi, i monumenti di Washington DC sono grandiosi, belli ed eccessivi. Non possono lasciarti indifferenti.

A meno che tu non sia di Vicenza.

Palladio ha chiaramente sparso molto del suo seme a Washington DC.

Nove ore di volo per vedere come gli americani concepiscono la Basilica Palladiana, con tra le mani uno Starsbucks Coffee.

Solo chi è Italiano, e viene da uno dei pochi Paesi nell’Universo tra cui Somalia e forse Mozambico dove non c’è Starbucks, può capire quanto sembri incredibile poter sorseggiare un caffé Starbucks.

Ora osservazioni a caso.

Basta uscire dall’Ostello e scendere sulla strada perché l’America ti aggredisca, ti rapisca, ti travolga.

Pochi passi e sono in mezzo ad una manifestazione di residenti del quartiere, che protestano contro la perdita di valore delle loro case.

Neri, rumorosi e chiassosi, ballano intonando slogan ed insultando gli studenti della George Washington University che passano di lì.

Una ragazza si esalta in modo particolare, quando si accorge che sto scattando foto, come potete vedere. (Tra le mani brandisce un preservativo).

Afro-American way of flirting

Afro-American way of flirting

A dire la verità, negli Stati Uniti manifestano o protestano un po’ tutti, per qualunque cosa.

Anche questa nonna, che brandisce il suo cartello di fronte alla Casa Bianca.

In fondo, questo è il Paese della Libertà di espressione.

Nonna vs Obama

Nonna vs Obama


Una cosa da ricordare delle mie giornate a Washington è stata la frase rivoltami da una signora a cui ho chiesto di scattarmi una foto.

Dopo aver sentito brevemente dei miei futuri mesi negli States, ha sorriso dicendo: -”Benvenuto negli Stati Uniti”-.

Si ha bisogno di parole così all’inizio di un viaggio.

(La ragazza nera delle foto precedenti gridava:-”Suck! Suck! Suck!”- Direi, non esattamente quello di cui avevo bisogno).





Here We Go (Again)

10 08 2009

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The Roads not taken... yet

The Roads not taken... yet


Dopo molti mesi passati a scrivere topics a caso, finalmente entro domani partirò per Richmond, e questo blog inizierà ad avere un qualche senso.

Allora, questo non è la prima volta che parto per uno scambio universitario all’estero, e così mi ritenevo abbastanza esperto e preparato per affrontare il momento della partenza.

Invece ho finito per sopravvalutarmi, ed ora Ms. Eccitazione e Mr. Timore stanno avendo un amplesso nella mia testa (e non se la stanno cavando malaccio, direi).

Lasciare casa non è mai semplice. Però a me partire piace.

Ricordo bene la vertigine durante i preparativi per il mio viaggio di nove mesi in Finlandia. Sono passati due anni, ma è una sensazione che non si dimentica facilmente.

Gioia, follia, paura. E la voglia di partire che sale, cresce, ti prende e ti porta via.

E sei da solo con la tua euforia, quella di una canzone gridata a squarciagola mentre l’auto attraversa la notte.

Salvo poi ricordarsi che ci sono ancora tutti i vestiti da preparare, e i vari documenti da controllare al più presto, ripiombando di culo sul Pianeta Terra

Whatever. Domani vado a Richmond, Virginia, Stati Uniti, per cinque mesi.

Forse non imparerò mai come si fa, ma a me partire piace.

Con la fortuna di avere una mamma italiana che mi aiuta con i vestiti, mentre io sono ancora chiuso in macchina a stonare qualche canzone, sputacchiando la mia euforia qua e là.





Masturbazioni Sportive

30 07 2009


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Ci si affeziona allo sport, ai suoi protagonisti con le loro imprese, non solo per noia, non solamente per conformismo, ma perché è un concentrato di sensazioni insieme innocenti ed adrenaliniche, un mix di desideri e speranze, illusioni e delusioni.

Lo sport in fondo è anche storia, ma quella scolpita con la nostra emozione. Quella che ci fa saltare sul divano, che ci fa urlare contro il televisore, ballare con sconosciuti, brindare con estranei, che ci lascia sfiniti e commossi.

(Lo stesso risultato può essere raggiunto con alcohol e cannoni, ma lo Sport in tv sembra un po’ più sano).

Io sono facile all’emozione, ma è arduo mi commuova per un trionfo o una delusione sportiva. Una volta però mi è successo. No, non è stata la vittoria della Coppa del Mondo nel 2006. Bella festa, bel delirio, però le bestie alla Materazzi faranno pure goal ma bestie restano.

Nel 2000 a Suzuka Micheal Scgumacher portava la Ferrari al titolo mondiale dopo oltre ventanni di digiuno. Io avevo quattordici anni, non erano ancora le sei del mattino. Micheal Schumacher pennellava le traiettorie della sua leggenda, ed io ero lì. Bella botta, quella. Ho pianto come una fontana. Avessi saputo Michael the Great avrebbe regnato indisturbato per i successivi quattro anni, forse avrei avuto più contegno.

Ma sì, cosa mai importa. Il mio pianto ha accompagnato Schumacher che scriveva la storia, che è anche un po’ mia. (Qui mi sto sfondando di presunzione, lo so).

Lo sport è anche fiaba, è immaginazione che supera la realtà. E King Michael ci sapeva fare con i sorpassi. Così, è tornato. In Ferrari. Schumacher.

Eppure, sentiteli i gufi: è marketing, l’avrà fatto per soldi. E certo la Ferrari quest’anno è una ciofeca,  una Fiat Punto avrebbe più possibilità di vittoria.

Ma sì, cosa mai importa. Non puoi avere indietro la tua infanzia, dicono. Non puoi avere indietro la tua adolescenza, ci hanno raccontato. Non puoi avere indietro la tua verginità, a meno di non possedere un certo reddito. Ma puoi avere di nuovo Michael Schumacher al volante della Ferrari.

Ci rivediamo davanti al televisore. E chissà che non mi ritrovi in lacrime a saltare sul divano. Mentre la Rossa scrive altre pagine di quella storia che un po’ è anche mia.





Stereotipi Italiani – Ciò che (parzialmente) è vero

13 07 2009

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All we go for Sun, Beach, Love

All we go for "Sun, Beach, Love"

Ci sono Paesi nel mondo sui quali non c’è nulla da dire. Posti a proposito dei quali è difficile persino scovare qualche banalità da commentare.

Se steste già storcendo il naso vi sfido! Elencatemi tre caratteri distintivi delle seguenti Nazioni: Nuova Zelanda, Repubblica Slovacca, Corea del Sud.

Qualcuno di voi ha pensato al Signore degli Anelli, e gli altri zitti, vero? Molti luoghi, infatti, non sono poi così conosciuti.

Non è il caso dell’Italia. Il mio Paese è tra i più dibattuti, criticati, derisi e stigmatizzati, ma allo stesso tempo invidiati, elogiati, ambiti e decantati del pianeta.

Poche terre al mondo scatenano la stessa contrastante valanga di emozioni, hanno la stessa capacità di farsi amare e disprezzare con tanta forza allo stesso tempo.

L’Italia possiede bellezza, storia, e una galassia di peculiarità, sfaccettature, diversità insieme meravigliose e tragiche.

E gli Italiani?

Gli Italiani sono quegli individui che, un po’ per destino, o un po’ per scelta o un po’ per culo, portano il peso di tale bellezza, storia, peculiarità, meraviglia e tragedia.

Da sempre sono schiacciati da cliché, preconcetti e luoghi comuni, tra i più crudeli e divertenti, come forse nessun altro popolo sulla Terra.

Mi rivolgo agli stranieri: quando qualcuno stringe la vostra mano e dice: – “Sono Italiano”- vi si apre dinnanzi una galassia, che potete riempire con tutte le storie immaginifiche, le superstizioni e le credenze che avete sentito a proposito di questo bizzarro popolo.

(E’ legittimo aspettersi, invece, uno sguardo vuoto se quel qualcuno vi dicesse: -”Sono neozelandese, o slovacco, o sudocreano”-).

La domanda è: quanto c’è di vero, e quanto di falso, negli stereotipi? Sono attendibili, ci si può fidare, oppure sono leggende metropolitane senza fondamento?

Questo post è una breve presa di visione su alcuni degli stereotipi più diffusi, associati agli Italiani.

I cinque discussi in questo post sono quelli che, a mio parere, si avvicinano molto a verità.

Spero di poter presto scrivere lo stesso post a proposito degli americani.

Ormai manca un mese a Richmond.

STEREOTIPO: GLI ITALIANI MANGIANO TONNELLATE DI PASTA

TRUTH: 80%

Bigoli, pasta tipica del Veneto

Bigoli, pasta tipica del Veneto

Una delle cose che più spezza il morale di un Italiano che si trova all’estero, specie quello non abituato a viaggiare, è l’astinenza dalla pasta.

La pasta in Italia è un quotidiano rito di Vita, è arte, cultura, è tradizione. Le nonne che si svegliano al mattino per preparare l’impasto con le proprie mani, tra nuvole di farina e giri di mattarello, esistono davvero.

La cosa che sfugge a molti stranieri, è che “pasta” non significa meramente “spaghetti” e ” tortellini”. Ci sono la miriade di specialità regionali, nonché l’enorme quantità di condimenti che possono accompagnarsi. Le possibilità di variare sono (quasi) infinite, e tutte a loro modo peculiari e deliziose.

Difficile stancarci, impossibile biasimarci. Piuttosto, invidiateci le nostre nonne.

STEREOTIPO: IL CALCIO E’ LA RELIGIONE PIU’ DIFFUSA TRA GLI ITALIANI

TRUTH: 90%

La vittoria della Coppa del Mondo, il 9 Luglio 2006, non è stata la più grande emozione sportiva della mia Vita. La Ferrari di Schumacher e Raikkonen me ne ha regalato di più forti.

Però quella notte me la ricorderò tutta la Vita, perché è stata un’esplosione di gioia collettiva incontenibile, irrefrenabile, mai vista prima nel mio Paese. Una festa delirante e travolgente, in cui tutta, ma proprio tutta, la gente è scesa per strada a festeggiare e ballare fino all’alba. Un’orgia collettiva di corpi che si abbracciavano, cantavano, si rotolavano insieme. Pazzesco.

E’ proprio così: gli italiani non sono affatto cattolici, piuttosto potrebbero definirsi moralisti ed perbenisti (spesso ipocriti). La vera Fede è quella del pallone.

Più dell’80% degli italiani si dichiarano almeno simpatizzanti di qualche squadra di calcio.

La vittoria nella Coppa del Mondo è stata la più importante manifestazione di orgoglio nazionale e di fierezza patria da… la vittoria nella Coppa del Mondo del 1982.

Per quanto mi riguarda, il mio momento di massimo fervore calcistico è esploso durante i mondiali USA 1994. Quelli perduti in finale ai rigori contro il Brasile. Se poi sia meglio perdere con gli Uomini come Roberto Baggio, o vincere con le bestie come Marco Materazzi è un’altra questione.

In questo video uno scorcio di Napoli la notte della vittoria ai mondiali di calcio. (Ho scelto apposta la città più passionale d’Italia, me le vado proprio a cercare!).

STEREOTIPO: LA CONVERSAZIONE DI UN ITALIANO SI ARTICOLA DI 8 PAROLE E 30 TRA GESTI E MIMICHE

TRUTH: 70%

Il nostro è lo show di un corpo che parla, vibra, pulsa, si muove febbrile. Mani che si allungano, braccia che si contorcono. Plateali, pirotecnici, scenografici: gli italiani preda di una forte emozione, sia essa gioia o rabbia, non riescono proprio a trattenersi, esplodono in una gestualità che forse non ha paragoni nel mondo

Ma fermatevi semplicemente a chiedere un’indicazione. Il mio/La mia connazionale accompagnerà l’informazione almeno con ampi gesto del braccio.

La ragione di questa peculiarità del nostro modo di esprimersi può avere diverse spiegazioni. L’essere “mediterranei”, sensibili, impressionabili ed eccitabili.

Forse. Io però ne preferisco un’altra.

Gli italiani sono un popolo di artisti, di inventori, pittori, scultori, architetti. Gente “che fa”, creatori e manipolatori della realtà circostante, con le proprie mani, con il proprio sudore. Da qui, il bisogno di esprimerci come se volessimo davvero afferrare e scompigliare il mondo reale.

Ma esiste davvero un body-language italiano?

In questo rarissimo clip tratto da un Erasmus in Finlandia, il Professore di Berkley Matteo Brunelli dà alcune lucidazioni

ad una platea di stranieri. (Potete anche saltare la successiva parte della ragazza messicana che cerca di Finlandese).

STEREOTIPO: OGNI ITALIANO/A SEMBRA AVER MEMORIZZATO  INTERI CATALOGHI DELLE RIVISTE DI MODA

TRUTH: 80%

Moda Italiana

Moda Italiana

Gli italiani, e soprattutto le italiane, sono davvero fashionable. Stile, gusto, eleganza. E, anche e soprattutto, griffa.

Mai un capello fuori posto, un colore che stoni, un particolare trascurato. Dalle piazze delle città il sabato pomeriggio ai clubs il venerdì sera, ma perfino nelle biblioteche e in molte facoltà universitarie: ragazzi e ragazze che sembrano alla disperata ricerca di un provino nel mondo dello spettacolo.

La cura del proprio aspetto è meticolosa ma allo stesso tempo spontanea. Ci viene con grande naturalezza, ammettiamolo. In realtà, è molto meno morbosa e maniacale di quello che, ad occhi esterni, potrebbe sembrare.

Gli italiani hanno la convinzione inossidabile di essere il popolo più stiloso dell’intera Galassia. Anche perché gli esempi di turisti e viaggiatori stranieri hanno contribuito negli anni a rimuovere ogni dubbio a proposito: gli estrosi abbinamenti di colori degli inglesi e i calzetti bianchi dei tedeschi (oggi dei cechi) hanno lasciato tracce indelebili di cui ancora oggi si parla.

Tanto amore di sé, specie nei maschi, può talvolta stupire. Un’amica austriaca una volta mi disse: – “I ragazzi italiani sono davvero attraenti. Peccato sembrino tutti gay”-.

E poi, purtroppo, c’è il tamarro. Creatura diffusa soprattutto nelle città del centro-sud e nelle campagne del Nord. Si riconosce subito, in quanto sembra scappato da uno zoo o, nei casi peggiori, da un manicomio (se esistessero ancora i manicomi).

Il tamarro non ha eleganza, gusto o stile. Però, ahimé, nel tentativo di acquisirli, si copre di griffe senza alcuna logica intelleggibile. Il look tipico del tamarro è costituito, olte all’improbabile pettinatura e una dose eccessiva di lampade solari, da una cintura con cubitale marchio D&G in vista, jeans Richmond alle ginocchia, occhiali da sole che coprono tutto il volto. Spesso spunta anche qualche piercings o un abnorme tatuaggio tribale o gotico (pur il tamarro non avendo la più pallida idea di cosa significhino “tribale” e “gotico”).

Non si è ancora scoperto di cosa si cibi il tamarro, ma studi scientifici hanno dimostrato che è assolutamente innocuo per l’uomo. (Rifacendoci al topic precedente, una conversazione di un tamarro si compone di 1 grugnito e 3 tra mimiche e gesti).

STEREOTIPO: IN MAMMA WE TRUST

TRUTH: 100%

Mamma Italiana

Mamma Italiana

L’Italia non è terra di poeti, santi, navigatori, e berlusconiani. L’Italia è un paese di mamme, e di figli/e di mamma.

Un manager che torna nella sua camera di albergo dopo una riunione, uno studente che torna nella sua stanza dopo un esame, un calciatore che esce dallo stadio dopo una partita, e perfino un sicario di mafia che torna al suo nascondiglio dopo il crimine. Tutti questi personaggi hanno qualcosa in comune: mentre io scrivo stanno, tutti assieme, telefonando alla mamma.

La mamma è il pilastro della società italiana, ne è la spina dorsale, la stella polare. La forza del rapporto madre/figlio non ha eguali in nessun’altra parte del mondo.

E’ presenza immanente, permanente, trascendete. Non c’è, ma ne senti la presenza. Ti pensa, ti sogna, parla di te con la gente di continuo.  Avverti il suo sguardo su di te.

Una delle frasi che spesso senti pronunciare dagli italiani, specie se in situazioni peccaminose, è: -”Se mi vedesse mia madre!”-. Insomma, Angelo custode arrabbiati pure, ma non dirlo alla mamma.

Ed è vero che, in qualche modo, l’infanzia di noi maschi italiani è prolungata all’infinito. Tutte le volte che torneremo a casa, troveremo il nostro piatto preferito, la camicia stirata, il letto rifatto.

Mi sento quindi costretto a ripetere quello che ho detto prima: difficile stancarci, difficile biasimarci. Piuttosto invidiateci le nostre mamme.

Tanto amore, tuttavia, ha degenerazioni oggettivamente discutibili. Solo in Italia, le mamme comprano le mutande ai loro figli adolescenti maschi.





L’uomo che ballò la Luna

26 06 2009

 

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Michael Jackson, the King of Pop in the 90s

Michael Jackson, the King of Pop in the 90's

 

Sono con tutta probabilità tra le prime persone al mondo ad aver appreso la notizia della morte di Michael Jackson (era up-to-date da un minuto quando ho aperto la pagina del New York Times), e l’annuncio mi ha colpito con una serie di sentimenti contrastanti.

Il punto è che io non sono un fan di Michael Jackson. Non appartiene alla mia generazione. Ho ascoltato la sua musica milioni di volte in milioni di circostanze diverse, spesso l’ho perfino ballata. Ma negli anni in cui la “Moonwalk” faceva danzare perfino gli zombies io non ero ancora nato, o al massimo ero alto come un soldo di cacio.

La storia di Michael Jackson è un severo ammonimento che il talento, il successo, la fama, il mito, non sono garanzia di alcuna felicità. Peggio, sono serpenti velenosi che possono distruggerti. Possono sbranarti.

La sua Vita è una dura lezione che paradiso e inferno giacciono l’uno a fianco dell’altro.

 

Non se ne va semplicemente un personaggio amato e controverso.

E’ morta una delle più geniali e pirotecniche, pazze e disgraziate creature che abbiano cavalcato i palcoscenici delle nostre Vite.

Tra apoteosi ed abisso, estasi e disperazione, Micheal Jackson ci ha fatto ballare, saltare, cantare, innamorare, impazzire. Ci ha reso spettatori del suo estro, sudditi del suo genio.

Ancheggiava sul mondo, scatenato e sfrontato, inarrestabile. E il mondo lo adorava, per lui saltava in piedi e si lasciava travolgere. I numeri parlano chiaro: oltre 120 milioni di copie vendute con Thriller, il disco più venduto della storia della musica.

 

Poi su quel mondo ci è scivolato, o forse si è stancato, o forse chissà.

Ci ha confuso, disorientato, turbato indignato. E infine lo abbiamo deriso, esasperati dalle sue stranezze, dalla sua ottusa paranoia, dalla sua infantile follia.

Come il rifiuto per colore della propria pelle, nera. Un’eresia allora, una bestemmia oggi, nell’America di Obama. (Sebbene ci siano diverse prove che Micheal, in realtà, fosse affetto da una malattia chiamata vitiligine).

I miliardi buttati nell’illusione di cambiare sé stesso, forzare la Natura, fregarla. Con il risultato di assomigliare a qualcosa che la Natura stessa, ma nemmeno a pagarla, mai avrebbe creato.

La parabola di Michael Jackson pareva così conclusa sull’immagine del suo viso, una maschera inespressiva e ripugnante.

 

 

Black...

Black...

 

White

White

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questa fiaba dal sapore amaro non ci poteva essere che un finale col botto.

Come quello delle vendite del suo ultimo tour a Londra: sold out. Molti temevano, ironicamente che in realtà su quei palchi non ci sarebbe mai salito: mai sottovalutare Micheal Jackson.

Non c’è niente che restituisca alla gloria come la morte prematura, altro che tour mondiale.

Credavamo davvero avremmo assistito alla tragicommedia di un cinquantenne malandato, intento a raccattare i cocci della sua carriera per i palchi della capitale inglese? Nelle fiabe le cose vanno diversamente.

 

Michael Jackson è morto solo come un cane, se n’è andato da sconfitto, da perdente, da dannato, solo perché noi potessimo riprenderlo sulle nostre braccia, e sollevarlo. Portarlo in trionfo, acclamarlo, esaltarlo, osannarlo.

Gli perdoneremo le stranezze, la paranoia. Ci dimenticheremo della maschera inespressiva e ripugnante. Gli grideremo quanto era meraviglioso, bello, invincibile. Canteremo di quando ci faceva ballare, saltare, innamorare.

E lo rimpiangeranno, tutti. I sinceri con gli ipocriti, gli amici con i nemici, uniti insieme nella sua Leggenda.

 

La Luna cammina, Michael, e continua a farlo.

Anche noi andiamo ora, il nostro piccolo spettacolo deve continuare.

Però la tua musica, ogni tanto, ci terrà compagnia. La balleremo entusiasti, con un pizzico di rimpianto.

Come facciamo con gli Elvis, i Freddie Mercury, i John Lennon, e gli altri ragazzi lassù.





Più carne giovane per tutti

21 06 2009

 

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Con un sentimento di morboso godimento osservo Berlusconi annegare disperato, tra le spirali degli scandali provocati dal suo stesso stile di Vita.

Non nego sia uno spettacolo crudele. 

Sto alla finestra mentre il Re nudo si dibatte sulla battigia come un pesce fuor d’acqua.

Mi sento un po’ come quegli autori di documentari che riprendono il bufalo mentre viene sbranato dai leoni.

 

Poteva concludersi soltanto così, per noi Italiani.

Il reality show in cui il nostro giovane Premier è concorrente, autore, regista, conduttore, opinionista e ospite (Velina? No, quella ovviamente no. Ma se avesse le tette, forse sì), era destinato, a noi popolo-bue-spettatore, a riservarci un finale con fuochi d’artificio.

L’abisso di cretineria, volgarità, carestia morale culturale in cui il quindicennio berlusconista ci ha fatto precipitare, improvvisamente, rischia di inghiottire anche il suo creatore.

 

Il problema di noi Italiani, è che ci sopravvalutiamo sempre.

Pensavamo che il nostro fosse un Paese sufficientemente serio. Che sotto la coltre del potere ci fosse qualcosa di lugubre, pericoloso e temibile .

Ed eccoci a sprecare fiato, per anni e anni, sul conflitto di interessi, mafia, corruzione, loggie massoniche.

Macché.

Una mandria di corpi giovani, silinconati e rifatti, in tacchi a spillo o forne nemmeno quelli. Ecco cosa ha messo in ginocchio il potere.

Parlavamo di mafia, noi illusi! Neanche la mafia ha in Italia la forza della vagina.

 

Io non sono mai stato un fan di Berlusconi, anzi. Eppure stavolta mi sento in dovere di dedicargli un applauso.

I dettagli della sua Vita privata sono un inno alla empirea virilità del maschio italiano.

Fatti in là, Hugh Hefner. Playboy, chi?? Maison, cosa?? Playmates, chi mai na ha bisogno??

Italians do it better.

Come dite? Ah, certo, il punto centrale è che Hugh Hefner non è però il Presidente degli Stati Uniti.

 

Anzi, secondo una mia teoria, Hugh Hefner e Silvio Berlusconi, in realtà sarebbero fratelli. Guardate queste foto dei due gentlemen da giovani.

 

Hugh Hefner da giovane

Hugh Hefner da giovane

 

Silvio Berlusconi da giovane

Silvio Berlusconi da giovane

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Berlusconi riporta in alto il mito del grande cinema Italiano, eclissando la figura di Fellini. 

Nemmeno JJ Abrhams e gli sceneggiatori di Lost avrebbero potuto concepire una trama tanto torbida, avvincente, assurda.

[Un Presidente che si infila ad una festa di compleanno di una ragazza appena diciottenne, nel peggior quartiere di Napoli. Lei lo chiama Papi, ma non si sono mai conosciuti. Anzi sì, anzi no. Il padre era l'autista di Craxi. Anzi sì, anzi no. Lei cerca di entrare nel mondo dello spettacolo, ed è vergine. E poi le feste nella villa in Sardegna, con l'uso dei voli di Stato. Anzi no, anzì sì. E Topolanek, ex Primo Ministro della Repubblica Ceca, nudo tra le donne. Anzi no, anzi sì. E le ragazze pagate per andare alla feste, e nel letto del giovane leader. Anzi no, anzi sì...]

Da togliere il fiato.

Tanto che i creatori di Lost sono stati convocati apposta per cercare di sciogliere il bandolo della matassa, come ci mostra questo straordinario video.

 

 

Soldi, potere, lusso e sesso. Nell’ordine che preferite. Ecco su cosa si basa(va?) il mito del nostro Caro Leader.

Lungi da me l’dea di condannare tale poker d’assi! Chi non vorrebbe poterne calare almeno uno? Ci sono già abbastanza perbenisti qui nello Stivale, e non mi unirò al coro.

 

Voglio essere chiaro con coloro che si chiedono quanto mai possa durare Silvio Berlusconi, in equilibrio precario tra i nodi del suo lurido stile di Vita.

Illusi. Ci molte più probabilita che Moussavi in Iran spodesti l’Ayatollah Khamenei, che Berlusconi rassegni le dimissioni.

 

Ma, in fondo allora, Berlusconi ha oppure no un problema con la Democrazia?

Sì, perché non gliela dà. (Ellekappa)





Un nuovo Messaggio, per coloro che sono rimasti indietro

11 06 2009

 

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Quando quell’aitante signore dalla pelle nera, con qualche striatura di grigio tra i capelli, è salito sul palco all’Università de Il Cairo ho avvertito una sensazione forte, quel genere di appassionata intuizione che ti coglie quando comprendi di essere di fronte alla Storia.

-”Sono venuto a Il Cairo perché tra gli Stati Uniti e i musulmani del mondo ci sia un nuovo inizio”-.

Con un discorso di oltre quarantacinque minuti, e non con un colpo di spugna, Barack Obama ha girato pagina, ha chiuso una porta e ne ha spalancata un’altra.

Le sue parole non hanno ancora sconfitto l’odio serpeggiante nei confronti dell’America, non hanno resuscitato i morti, convertito i kamikaze, dissinnescato le bombe.

Ma, per coloro che lo hanno ascoltato, è bastato che salisse sul palco e pronunciasse quelle frasi perché l’epoca più buia dello “scontro di Civiltà”, gli anni recenti del conflitto e della tensione, sembrassero  bruscamente superati, vinti, quasi appartenessero ad un’altra era.

 

 

Retorica vuota, aria fritta, vacue parole: le critiche di pragmatici, rassegnati e disillusi sono state tante.

Eppure, chi all’improvviso suona vuota, arcaica e obsoleta, è la dottrina di Al Qaeda. 

Dopo Obama e la fulminea accelerazione da lui impressa alla Storia, non si può ascoltare la litania di un caporale di Osama Bin Laden senza stupirsi di quanto sia insipida e arretrata. Sembra provenire da un’epoca preistorica, dagli abissi della cecità umana, e sopratutto emana un puzzo di vecchio, marcio, irrimediabilmente scaduto e sorpassato.

 

 

Obama è arrivato con la potenza di un asteroide, è apparso nel nostro mondo come un Messia, come Gesù Cristo, come il primo tra i Profeti. E’ stato cantato come un Eroe mitologico, è diventato un’icona, innalzato al cielo come simbolo, esposto come una bandiera, esibito come un talismano.

E’ sufficiente varcare la porta di una qualunque libreria e contare le Biografie, ufficiali o meno, a lui dedicate per rendersene conto. La potenza della sua allegoria, dei suoi slogan, della sua immagine ci circonda e ci travolge, con tutta la potenza della retorica pop e del marketing dell’America.

 

La sua pelle nera, il suo sorriso giovane e carismatico, sono stati investiti del compito supremo di riallacciare i nodi spezzati del passato. Di purificare la coscienza della Nazione che, mentre si erigeva a Terra Promessa della Libertà, sanciva la più brutale schiavitù nera al rango di modello statale. Di portare a termine quel cammino di espiazione che da Abraham Lincoln, passando per Rosa Parks, a Martin Luther King, forma la spina dorsale dell’anima d’America.

Troppo per un uomo solo.

Eppure, nel caso di Obama si è propensi a credere alla favola dell’Uomo singolo e del suo ruolo eccezionale.

La sua presenza, la sua azione, il suo carisma e, certo, anche il colore della sua pelle hanno reso possibile il realizzarsi di qualcosa che sembrava impossibile.

 

Sembrava pura eresia, infatti, che dopo l’undici settembre, dopo la guerra Afghanistan e in Iraq, dopo le bombe di Madrid, Sharm El Sheik, Londra e Mumbai, il Presidente della più potente Nazione occidentale varcasse le porte di una Università islamica tra gli applausi e lì, con gli occhi di tutti i musulmani del mondo puntati addosso, tendesse loro la mano.

 

Obama è una rockstar, ne ha il fascino e l’incanto, ma è pur sempre un essere umano. Come tale, indossa il vestito che gli hanno cucito addosso, molto più grande di quello che è in realtà.

Ma questo essere umano, con sulle sue spalle l’intero pianeta, e i sogni, le speranze, le seghe mentali di tutti coloro che ci vivono, ha intrapreso un passo che andava al di là di ogni umana immaginazione.

Merita rispetto, ammirazione, un sorriso e magari anche un applauso.

 

Cari neo-con e cari terroristi,

Nel caso abbiate altro veleno da vomitare, ed altre bombe da scoppiare, non sarà la nostra aria fritta, o come vogliate chiamarla, a fermarvi.

Sappiate però che il mondo corre, noi siamo già lontani, siamo veloci. Vogliamo scrivere altre pagine, e voi siete rimasti indietro.





I briganti delle frontiere

2 06 2009

 

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Non che facciano molto per metterti a tuo agio.

-“E’ vietato portare qualsiasi tipo di apparecchiatura elettronica. Ripeto, ogni tipo. Cellulari, macchine fotografiche, iPod: banditi“-.

E’ un monologo, non una conversazione, piuttosto intimidatoria per di più.

-“Evitare di recarsi con borse troppo grandi o ingombranti, portare soltanto i dcoumenti di cui c’è bisogno. E mi raccomando la puntualità, massima puntualità”-.

 

E le prime parole che ti scandiscono alla cornetta sono perentorie e beffarde: -“Paga con visa o mastercard?”-

Prego? Non ho mai provato il brivido di una conversazione telefonica in cui mi chiedano come prima cosa riguardo la mia carta di credito.

-“Sì, prenotare l’appuntamento cosa 15 Euro. Visa o Mastercard?”-

15 Euro, briciole. Bruscolini per ingrassare la burocrazia americana, cosa sarà mai.

Potrei rispondere che ho già pagato una tassa consolare, che ho adempiuto anche all’ultima imposta rapinatrice: la sevis. Potrei sottolineare infine che quest’ultimo atto da avvoltoi potevano risparmiarselo.

Ma siccome sono un studente insignificante e in ginocchio, con un reale bisogno del visto, mi piego ai briganti delle frontiere: -“Pago con Mastercard”-.

 

 

Visto in mano, carte pronte, volo prenotato. A quanto sembra, il sentiero burocratico per entrare negli Stati Uniti ha avuto il suo termine.

L’ultimo atto si è consumato a Milano, presso il Consolato statunitenense, presentandomi all’appuntamento come fissato con il funzionario al telefono.

 

Così ho capito che la voce che mi dettava gli ordini alla cornetta apparteneva ad un individuo che o non ha la più pallida idea di come si svolga la procedura di rilascio visti al Consolato, oppure ne é perfettamente conscio ma per qualche suo disturbo di personalità necessita di spaventare l’ignario applicante senza motivo.

“Massima puntualità” si rivela una precauzione trascurabile.

Di fronte alla porta dell’edificio, sorvegliato da una guardia italiana, si stende una fila di persone giunte lì tutte assieme in religioso adempimento della “massima puntualità”.

Comprendo poi come imporre alla gente di presentarsi senza apparecchiature elettroniche sia un’eresia.

Il cellulare è un’appendice del nostro corpo, una specie di protuberanza ringonfia nelle tasche o nelle borsette: impossibile separarsene. Una ragazza in fila ne aveva addirittura tre. Al consolato di questo, naturalmente, si sono resi conto, e hanno disposto alcune cassette porta valori, nell’ufficio di controllo preliminare d’identità.

 

I 15 Euro quelli però no, non te li restituiscono più, hanno davvero preso il volo.

 

Ora che stringo il visto tra le mani, oltre duecento Euro dopo, posso affermare con sicurezza e soddisfazione: è possibile davvero portare a termine tutte le procedure e le pratiche per ottenere il visto.

Condisciti ben bene però, e svuotati le tasche. Intorno ai confini è pieno di avvoltoi e hanno fame, molta fame.





Appuntamento nella wireless zone, sarò gentile.

21 05 2009

 

FOR THE ENGLISH TRANSLATION OF THE POST: HERE

 

Chi ha viaggiato a San Francisco nell’estate del 2006 poteva notare, nella grande autostrada che dalla città porta all’Aeroporto internazionale, un grande cartellone pubblicitario con la scritta:

-”Be nice to tourists. Soon you might be a tourist too”- (“Sii gentile con i turisti. Presto potresti esserlo anche tu”).

Un perentorio comandamento, quasi un imperativo, stupefacente nella sua semplicità e intelligenza.

 

Peccato che le occasioni per metterlo in pratica scarseggino o manchino del tutto.

Il turista moderno, armato di Lonely Planet e fotocamera digitale, tutt’al più può necessitare di un’indicazione per raggiungere qualche monumento o ristorante. Ma anche ultimi intrepidi profeti del dubbio e della cartina topografica sono destinati all’estinzione, incalzati dalla diffusione di gps e navigatori satellitari.

 

Occorre sempre tenere a mente i buoni insegnamenti, tuttavia, perché prima o poi capiterà l’occasione di poterli utilizzare.

 

Da qualche mese a Verona sono state create alcune zone wireless, dove è possibile connettersi gratuitamente a internet previo utilizzo di username e password, da domandarsi queste presso il municipio o la biblioteca civica.

Eviterò di esprimere tripudio per la diffusione di una tecnologia nella quale l’Italia è agli ultimi posti in Europa, un dato sconfortante se paragonato ai record della piccola eroica Estonia.

In quella bomboniera che è la capitale Tallinn – in bilico costante tra high tech e fulminante sviluppo,  la gloriosa epoca anseatica della città vecchia, e residui di polvere sovietici – ha cittadinanza e il suo quartier generale Skype. Una rete di 365 punti di accesso wi-fi, per la maggior parte gratuiti, copre tutta l’area urbana.

Se queste non fossero ragioni sufficienti per farvi incuriosire ed intrigare da questo piccolo Paese, sappiate uomini che i vostri stereotipi sono azzeccati: le ragazze estoni sono sbalorditive.

 

Una delle zone di Verona nella quale oggi è possibile connettersi liberamente è Piazza Bra, il magnifico punto nevralgico della città che si stende contornato ai lati dall’Arena, Palazzo della Gran Guardia e il Municipio.

Immerso in questo strabiliante contesto di pura bellezza, ho preso l’abitudine di sedermi su una delle panchine all’ombra dei grandi alberi al centro della piazza. E lì navigare con il mio mac, circondato da quella umanità variopinta che incontri nelle città d’arte, e sommerso dall’euforica eccitazione che percepisci nella quotidianità di una città italiana all’avvicinarsi dell’estate.

 

Piazza Bra vista dall'Arena

 

Ma è la sera che il bello diventa prodigioso. 

L’Arena si staglia imponente, inamovibile, la piazza sembra così grande. E l’euforica eccitazione diventa distesa allegria tra le persone che passeggiano brandendo coni gelato e granite, fidanzati che si stringono.

 

Arena di Verona la sera

 

Lo scorso martedì sera sono uscito per scrivere alcune e-mail, e mi sono seduto accanto al monumento equestre di quel gran Casanova baffuto che era Vittorio Emanuele II.

Ho già imparato ad ignorare le occhiate incuriosite dei passanti. Per molte persone anziane – la categoria antropologica dominante a Verona – è semplicemente inconcepibile la visione di un ragazzo che telefona via internet, lì nel mezzo della piazza. Non sono pochi quelli che fanno qualche passo verso di me per controllare affascinati cosa stia facendo.

Così all’inizio non mi sono accorto della figura che si avvicinava. Soltanto quando è stato ad una spanna da me ho alzato gli occhi e l’ho visto: un giovane sulla trentina, vestito in modo trasandato e con un gran zaino in spalla.

Intimidito.

Prime battute di conversazione molto brevi.

-”Excuse me, can you speak English?”-

-”Yes”-

-”Is this a wireless zone?”-

-”Yes”-

-”Is it for free?”-

-”Yes, it is”-.

 

Poi il giovane trasandato ha vinto la timidezza, spiegandomi in un fiume di parole come avesse un urgente bisogno di utilizzare internet, perché domani deve andare a Padova e l’Ostello gli ha cancellato la prenotazione e gli internet café sono chiusi e lui ha l’impellenza di trovare un posto per dormire subito altrimenti domani sarà perso.

Chissà cosa ne pensavano le imprescrutabili mura dell’Arena dietro questo ansante e trafelato sconosciuto, comparso nel cuore della sera per supplicarmi di utilizzare il mio mac.

Io non ho avuto molti dubbi a proposito: -”Of course, take a seat”-. (“Certo, siediti pure”).

 

In breve, dopo una lunga ricerca durata venti minuti il ragazzo trasandato sulla trentina era riuscito a trovare un buon albergo vicino al centro di Padova, appuntando con precisione certosina l’indirizzo, i contatti, e le indicazioni per raggiungerlo. Di fianco a lui, dispensavo precisazioni sulle ubicazioni dei vari hotel, profondendomi in consigli ed aneddoti svariati sulla città di Padova.

Poi succede che, rinfrancato e rasserenato, si propone di offrirmi una birra in un pub lì vicino.

E io ci vado, perché ognuno di noi su questo pianeta – anche le Vite apparentemente più insignificanti – ha una storia interessante da raccontare. Che magari non è lunga più di una manciata di frasi, ma è la propria.

Così conosco Marcel, che è tedesco e fa il cameriere, vive nella Germania dell’Est dove non c’è più lavoro – si lamenta – e gli piace girare l’Europa in automobile. Non ha paura dell’aereo, ma preferisce il viaggio in macchina perché è più graduale e sfumato.  E soprattutto, aggiunge sicuro, dalla facilità con cui trovi parcheggio puoi intuire molto della città che ti appresti per visitare.

 

Seppur con un piccolo gesto, penso di aver onorato quel precetto che lessi tre anni fa, mentre mi apprestavo a lasciare gli Stati Uniti. Ora che mi appresto a tornare, mi auguro di trovare presso Richmond la stessa gentilezza nelle piccole cose di cui potrei aver bisogno.

 

Quanto a voi, che siate stati o no a San Francisco, che abbiate letto o meno il manifesto sull’autostrada, che stiate per andare a Richmond oppure no: scrivetevi quelle parole, e portatele con voi.

Vogliate essere ancora più audaci: barrate quel “to tourists” e scrivete “to people”. O ancora, non scrivete niente, siate gentili e basta.

Chissà, magari sarete più fortunati e una ragazza estone cadrà ai vostri piedi in cerca di aiuto.

 

Ma anche vi andasse peggio, sappiate che mal che vada ne uscirete con una birra offerta. E magari anche una storia, affascinante o monotona o seducente che sia, ma di cui prima ignoravate perfino l’esistenza.








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