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Quando quell’aitante signore dalla pelle nera, con qualche striatura di grigio tra i capelli, è salito sul palco all’Università de Il Cairo ho avvertito una sensazione forte, quel genere di appassionata intuizione che ti coglie quando comprendi di essere di fronte alla Storia.
-”Sono venuto a Il Cairo perché tra gli Stati Uniti e i musulmani del mondo ci sia un nuovo inizio”-.
Con un discorso di oltre quarantacinque minuti, e non con un colpo di spugna, Barack Obama ha girato pagina, ha chiuso una porta e ne ha spalancata un’altra.
Le sue parole non hanno ancora sconfitto l’odio serpeggiante nei confronti dell’America, non hanno resuscitato i morti, convertito i kamikaze, dissinnescato le bombe.
Ma, per coloro che lo hanno ascoltato, è bastato che salisse sul palco e pronunciasse quelle frasi perché l’epoca più buia dello “scontro di Civiltà”, gli anni recenti del conflitto e della tensione, sembrassero bruscamente superati, vinti, quasi appartenessero ad un’altra era.
Retorica vuota, aria fritta, vacue parole: le critiche di pragmatici, rassegnati e disillusi sono state tante.
Eppure, chi all’improvviso suona vuota, arcaica e obsoleta, è la dottrina di Al Qaeda.
Dopo Obama e la fulminea accelerazione da lui impressa alla Storia, non si può ascoltare la litania di un caporale di Osama Bin Laden senza stupirsi di quanto sia insipida e arretrata. Sembra provenire da un’epoca preistorica, dagli abissi della cecità umana, e sopratutto emana un puzzo di vecchio, marcio, irrimediabilmente scaduto e sorpassato.
Obama è arrivato con la potenza di un asteroide, è apparso nel nostro mondo come un Messia, come Gesù Cristo, come il primo tra i Profeti. E’ stato cantato come un Eroe mitologico, è diventato un’icona, innalzato al cielo come simbolo, esposto come una bandiera, esibito come un talismano.
E’ sufficiente varcare la porta di una qualunque libreria e contare le Biografie, ufficiali o meno, a lui dedicate per rendersene conto. La potenza della sua allegoria, dei suoi slogan, della sua immagine ci circonda e ci travolge, con tutta la potenza della retorica pop e del marketing dell’America.
La sua pelle nera, il suo sorriso giovane e carismatico, sono stati investiti del compito supremo di riallacciare i nodi spezzati del passato. Di purificare la coscienza della Nazione che, mentre si erigeva a Terra Promessa della Libertà, sanciva la più brutale schiavitù nera al rango di modello statale. Di portare a termine quel cammino di espiazione che da Abraham Lincoln, passando per Rosa Parks, a Martin Luther King, forma la spina dorsale dell’anima d’America.
Troppo per un uomo solo.
Eppure, nel caso di Obama si è propensi a credere alla favola dell’Uomo singolo e del suo ruolo eccezionale.
La sua presenza, la sua azione, il suo carisma e, certo, anche il colore della sua pelle hanno reso possibile il realizzarsi di qualcosa che sembrava impossibile.
Sembrava pura eresia, infatti, che dopo l’undici settembre, dopo la guerra Afghanistan e in Iraq, dopo le bombe di Madrid, Sharm El Sheik, Londra e Mumbai, il Presidente della più potente Nazione occidentale varcasse le porte di una Università islamica tra gli applausi e lì, con gli occhi di tutti i musulmani del mondo puntati addosso, tendesse loro la mano.
Obama è una rockstar, ne ha il fascino e l’incanto, ma è pur sempre un essere umano. Come tale, indossa il vestito che gli hanno cucito addosso, molto più grande di quello che è in realtà.
Ma questo essere umano, con sulle sue spalle l’intero pianeta, e i sogni, le speranze, le seghe mentali di tutti coloro che ci vivono, ha intrapreso un passo che andava al di là di ogni umana immaginazione.
Merita rispetto, ammirazione, un sorriso e magari anche un applauso.
Cari neo-con e cari terroristi,
Nel caso abbiate altro veleno da vomitare, ed altre bombe da scoppiare, non sarà la nostra aria fritta, o come vogliate chiamarla, a fermarvi.
Sappiate però che il mondo corre, noi siamo già lontani, siamo veloci. Vogliamo scrivere altre pagine, e voi siete rimasti indietro.
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